Ficca il naso

domenica 29 aprile 2018

La prima battaglia partigiana d'Italia





Col proclama Badoglio, che annunciava l'armistizio di Cassibile, si chiudeva la prima fase della seconda guerra mondiale per il nostro paese e iniziava l'occupazione tedesca, cui si oppose la Resistenza. Questo fenomeno interessò persone di diversa affiliazione politica e ideali: comunisti, socialisti, monarchici, cattolici, liberali, tutti accomunati dal profondo sentimento di avversione al nazifascismo. La prima battaglia fra forze partigiane italiane e truppe di occupazione tedesche avvenne fra il 14 e il 16 novembre sul monte S. Martino, una montagna situata fra la Valcuvia e il lago Maggiore, in provincia di Varese.

Il Gruppo Cinque Giornate

Il monte S.Martino, teatro della battaglia


L'annuncio dell'armistizio lasciò le forze armate allo sbaraglio e nella confusione. Ai nostri militari non rimaneva che scegliere se farsi disarmare e internare dai tedeschi, continuare a combattere al loro fianco, darsi alla macchia oppure opporre resistenza. Il migliaio di uomini del presidio di Portovaltravaglia erano al comando del tenente colonnello dei bersaglieri Carlo Croce, ufficiale di complemento già più volte decorato durante la Grande Guerra. Per alcuni giorni egli riuscì a tenere insieme la truppa, che però andava sfaldandosi irrimediabilmente, colta dalla confusione e dalla paura. Il Croce decise dunque di onorare il suo giuramento al re e riorganizzare le forze disponibili per opporsi all'occupazione nazista. Il 19 settembre il colonnello decise di spostare la base operativa lungo la Frontiera Nord, il sistema di fortificazioni approntate dopo la Prima Guerra Mondiale anche note come Linea Cadorna, ritenuta una posizione più difendibile delle posizioni nel paese di Roggiano, dove si erano inizialmente stabiliti. Ai pochi uomini sul monte se ne unirono in breve tempo molti altri: sbandati, civili, ex-prigionieri e militari. Tutti costoro andarono a formare il reparto Esercito Italiano-Gruppo Militare "Cinque Giornate" Monte San Martino di Vallata Varese. Il colonnello infatti aveva scelto di organizzare i suoi uomini come un reparto del regio esercito, dividendolo in tre compagnie una volta che furono raggiunti i numeri di armati sufficienti. Dato che inizialmente armi e munizioni scarseggiavano, il gruppo compì una serie di "missioni" per requisirle nelle caserme delle vicine Luino e Laveno, oltre che ad ottenerne dai militari sbandati che cercavano di attraversare il confine per riparare in Svizzera. Con lo stesso sistema vennero requisite alcuni automezzi e una buona quantità di cibo e materiali. Molti abitanti dei paesi circostanti aiutarono volontariamente Croce e i suoi uomini, dichiarando poi di essere stati vittime di rapina per prevenire le durissime rappresaglie che i tedeschi riservavano per chi collaborava con i "banditi". Complessivamente il gruppo poteva disporre di un moschetto a soldato, pistole per metà dei combattenti, 700 bombe a mano e 10 mitragliatrici Breda con 6.000 colpi di scorta. Oltre a automobili e camion, i partigiani potevano anche  contare sui due muli Adolfo e Benito. Il Comitato di Liberazione Nazionale di Varese entrò in contatto col colonnello, nonostante le difficoltà create da spie e delatori, tentando a più riprese di convincerlo ad abbandonare le posizioni del monte per adottare una strategia più mobile. Da soldato coraggioso e inquadrato qual era, il Croce intendeva seguire la dottrina militare e attendere il nemico a piè fermo. Infatti i suoi uomini profusero moltissime energie nel pulire sentieri, scavare trincee e riassestare le opere di fortificazione in stato di abbandono. Da parte dell'occupante si intensificò l'attività di spionaggio, facilitata dal fatto che i soldati, inquadrati secondo logiche e schemi prettamente militari, non avevano assunto nomi di battaglia come invece divenne consuetudine dei combattenti partigiani. Iniziarono anche le ricognizioni in loco sempre più frequenti, con anche alcune sparatorie fra i due schieramenti, nei quali caddero alcune SS.

La battaglia

Don Mario Limonta, il cappellano della formazione. Il religioso si batté con grande coraggio

L'attacco venne deciso per il 14 novembre, per impedire che durante l'inverno la formazione continuasse a ingrandirsi e a creare problemi all'occupante. Croce pensava che gli alleati sarebbero arrivati presto, e incapace di concepire quella che riteneva una ritirata disonorevole, non ascoltò i ripetuti appelli che il CLN di Varese fece per convincerlo ad abbandonare il monte. Il 12 un aereo da ricognizione sorvolò il monte per verificare la posizione delle fortificazioni e la consistenza numerica dei difensori. Dopo aver fatto confluire forze da Milano, gli occupanti dichiararono lo stato d'assedio, sospesero corse tranviarie e comunicazioni, e infine procedettero a rastrellare tutti gli uomini fra i 15 e i 60 anni nei paesi vicini, per evitare che aiutassero i partigiani durante o dopo l'attacco. Gli attaccanti potevano contare su 2000 uomini circa fra reparti di avieri appiedati, milizie fasciste e carabinieri che unitamente alla confinaria di Varese, accerchiarono la zona d’azione. Costoro potevano inoltre disporre di carri armati leggeri, mitragliatrici, supporto aereo, cannoncini e 300 autocarri. L'attacco inizia con una puntata tedesca, respinta, verso le 14. In seguito un ufficiale tedesco si fa avanti per parlamentare, permettendo così alle sue forze di avanzare approfittando del cessate il fuoco. Ma il colonnello intuisce il trucco e ordina a una pattuglia di aggirare e respingere gli assalitori, che si ritirano a valle. Nella nottata Croce posizionò un nutrito gruppo di militi sulla vetta, in quanto di primaria importanza per difendere l'intero monte: infatti i tedeschi concentrarono molti sforzi sul versante che sale da Arcumeggia.
La mattina del 15 le incursioni tedesche furono respinte da un intenso fuoco di mitragliatrice, che lasciò sul campo morti e feriti. Verso le 10 intervenne la Luftwaffe, e il monte venne bombardato per un'ora e mezza da tre apparecchi, bersagliati dal fuoco delle mitragliatrici dei difensori, che pure privi di armamento anti-aereo si ingegnarono a sollevare i treppiedi delle armi poggiandoli sulle spalle dei compagni per avere il giusto alzo. Gli sforzi dei partigiani furono coronati dal successo: uno degli apparecchi, colpito, dovette abbandonare il luogo dello scontro per effettuare un atterraggio di emergenza. Nonostante la tenace resistenza però, gli attaccanti riuscirono ad occupare la vetta grazie alla schiacciante superiorità in numeri e mezzi. Dalla posizione sopraelevata i tedeschi potevano ora fare fuoco sui difensori più in basso, che si ritirarono nelle casematte. Per tutta la giornata i soldati difesero la strada che porta al S. Michele, nonostante la disparità fra le forze in campo, ma dovettero infine ritirarsi nelle caverne.
Il 16 la situazione appariva drammatica: le munizioni scarseggiavano, il morale era basso e molti uomini avevano disertato. Particolarmente deludenti furono gli inglesi e gli americani presenti, che abbandonarono le posizioni senza nemmeno essere attaccati. Il tenente Hauss suggerì la resa al Croce, che rifiutò energicamente. Molti difensori invece rimasero colpiti dal coraggio mostrato dai loro avversari, che si esponevano al fuoco per recuperare un commilitone ferito rischiando a loro volta la vita. La forte posizione difensiva permise ai soldati di Croce di resistere fino all'imbrunire, quando il colonnello diede l'ordine di ritirarsi. Messe fuori uso le proprie autovetture e minati i cunicoli del forte, col favore delle tenebre e la probabile connivenza dei carabinieri, Croce e i suoi riuscirono a sfuggire all'accerchiamento e riparare in Svizzera.

Dopo la battaglia

Partigiani catturati sotto il tiro dei fucili
Una cinquantina di partigiani furono catturati e portati via per essere interrogati e seviziati dalle SS, mentre altri furono fucilati sul posto e gettati in fosse comuni. Dalle testimonianze di chi nelle settimane seguenti si recò sul monte per recuperare le salme dei caduti emerge che furono 37 i partigiani caduti in azione, mentre i tedeschi dichiararono solo 7 morti. Sicuramente gli attaccanti caduti non furono migliaia, come scrisse don Limonta, ma si stima almeno 200-300. Infatti gli abitanti del luogo assistettero all'intensa attività di recupero delle salme che si protrasse con dispiego di automezzi per diversi giorni. Non contenti di aver sgominato la "banda", i tedeschi portarono sul S. Martino tre ordigni e fecero esplodere le fortificazioni di Vallalta e la chiesetta sulla sommità della vetta. Il colonnello Carlo Croce scelse di non attendere la fine della guerra al sicuro in Svizzera, ma tentò a più riprese di tornare in Italia per continuare la lotta armata contro l'invasore. Il 13 luglio 1944, mentre con sei compagni cercava di passare il confine, fu coinvolto in uno scontro a fuoco con una pattuglia della milizia confinaria in Val Togno. Ferito gravemente a un braccio, fu fatto prigioniero e portato all'ospedale di Bergamo, dove subì l'amputazione dell'arto offeso. Nonostante le orrende sevizie e torture inflitte dalle SS, non rivelò le informazioni che avrebbero potuto condannare i suoi compagni di lotta, spirando il 24 luglio del 1944. Per i suoi atti di valore ed eroismo gli è stata concessa la medaglia d'oro alla memoria con la seguente motivazione.

«Comandante di distaccamento del terzo reggimento bersaglieri a Porto Val Travaglia, con i suoi soldati e con alcuni patrioti organizzava, dopo l’armistizio, la resistenza all’invasore tedesco mantenendo le posizioni fortificate di San Martino di Vallalta. Più volte rifiutate le offerte del nemico, il 13 novembre 1943, con soli 180 uomini, sosteneva per quattro giorni di furiosa lotta l’attacco di 3000 tedeschi, infliggendo gravi perdite, abbattendo un aereo, distruggendo alcune autoblinde incappate su campo minato. Ferito e serrato senza apparente via di scampo, con ardita azione, sì apriva la strada fino al confine svizzero, trasportando gli invalidi e ritirandosi per ultimo dopo aver fatto saltare il forte. Insofferente di inazione e dopo un primo fallito tentativo di rientrare in Italia, varcava nuovamente il confine con sei compagni. Attorniato da nemici e gravemente ferito ad un braccio cadeva prigioniero. Prelevato dalle SS. dall’ospedale di Sondrio, poche ore dopo di avere subita l’amputazione del braccio destro, veniva barbaramente torturato senza che gli aguzzini altro potessero cavargli di bocca se non le parole: « Il mio nome è l’Italia ». Salvava con il silenzio i compagni, ma, portato irriconoscibile all’ospedale di Bergamo, chiudeva nobilmente poche ore dopo la sua fiera vita di soldato»

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domenica 22 aprile 2018

Macchine da guerra bizzarre





La guerra è stata questione di uomini per millenni. Dalla galea all'arte ossidionale, era la forza data da masse di uomini agguerriti a portare un generale alla vittoria. Una fortezza non era nulla se non difesa da una guarnigione altrettanto valida. Gli armamenti erano funzionali a rendere il milite capace di infliggere il più gran danno possibile e sopravvivere. Ma non è sempre stato così: inventori, ingegneri, generali capaci hanno affiancato al contributo fisico macchine da guerra dalle funzionialità diverse come variegato poteva essere un conflitto. Se molte sono diventate classici conosciuti da tutti, vi sono state anche alcune stravaganze (spesso non così efficaci) partorite dalla mente di uomini fantasiosi quanto avventati. Ecco dunque cinque esempi tra le macchine da guerra più bizzarre.

Il Cannone di Orban


Per abbattere le possenti mura di Costantinopoli, i turchi di Maometto II avevano bisogno di qualcosa di più di un semplice cannone. La città, ultimo bastione dell'ormai defunto impero romano d'Oriente, aveva resistito per oltre mille anni a qualsiasi tentativo di assedio. La soluzione si presentò un giorno alla porta del sultano sotto forma di un uomo, un cristiano ungherese di nome Orban. L'artigliere aveva già offerto i suoi servigi al basileus, ma rifiutato perché troppo caro, aveva deciso di rivolgersi allora al sultano. Ottenuti i fondi necessari, l'ungherese creò un vero e proprio mostro: Basilica. Quest'arma era lunga più di 8 metri, aveva una bocca di fuoco dal diametro di 760 mm e le sue pareti erano di bronzo spesso 200 mm. Per trasportarla, smontata, erano necessari 60 buoi e per farlo funzionare servivano 400 serventi. Si dice che al momento di collaudare l'arma, il sultano avvisò i contadini entro diverse miglia che avrebbero udito un terrificante boato e di non spaventarsi. Fiducioso nelle sue artiglierie e nel suo esercito, Maometto II assediò dunque Costantinopoli. Basilica ebbe un effetto psicologico tremendo, per la sua mole immensa e il terribile boato che produceva. I suoi effetti pratici però erano mitigati dalla cadenza di fuoco: non più di 7 colpi al giorno, per le lunghe operazioni di ricarica e per permettere al bronzo di raffreddarsi, onde evitare avarie. L'aver portato gli operai della fonderia dalla quale era uscita sul campo per ripararla di volta in volta non servì a prevenire che il gigantesco cannone esplose, uccidendo anche il suo ambizioso e geniale creatore Orban.

Il Hwacha



L'Estremo Oriente detiene il primato per moltissime invenzioni, dalla polvere da sparo alla stampa. E proprio qui nascono i primi lanciarazzi multipli, molti secoli prima della loro introduzione in Europa. Derivante dallo Huo Che, un'arma inventata e usata in Cina durante il periodo della dinastia Han, lo Hwacha è un carretto a due ruote che trasporta un quadro di legno dotato di molti fori. Adottato dai coreani per difendersi dalle invasioni giapponesi fra il 1592 e il 1598, questa macchina da guerra era in grado di sparare fino a 200 singijeon alla volta. Con questo termine si indica un tipo di proiettili che può essere a sua volta suddiviso in tre tipi: grande, medio, piccolo. Un singjeon grande è un razzo lungo mezzo metro, lanciabile da un'arma individuale o uno hwacha, in grado di percorrere un km prima di esplodere sul bersaglio. Uno medio invece è lungo solo 13 cm e in grado di percorrere non più di 150 m, ma mantiene una forza esplosiva non trascurabile. Quelli piccoli invece sono semplici frecce, scagliate però dalla propulsione fornita da una piccola carica di polvere ad essa attaccata. 

Le Ruote Assassine


Se foste ungheresi, il nome Eger vi sarebbe familiare. Nel 1552 infatti un'armata di 35.000 turchi assediò questo castello nel nord dell'Ungheria, difeso dai 2.000 uomini di Istvàn Dobò. Dopo 39 giorni di sanguinosi assalti e combattimenti, i turchi levarono l'assedio, decimati e demoralizzati. Ci furono vari fattori che portarono alla disfatta, fra i quali l'ingegno di un ufficiale, Gergely Bornemissza. La sua idea era semplice ma tremendamente efficace: riempire alcune ruote di mulino ad acqua con barili di polvere da sparo, zolfo e pece, accenderle e farle rotolare verso il campo nemico, più in basso rispetto al castello. Questi rudimentali e primitivi missili incendiari si rivelarono molto efficienti: alle tremende esplosioni seguirono incendi devastanti che provocarono numerose perdite e intaccarono il morale degli assedianti, che infine dovettero desistere. 

Il Gancio d'Assedio


Il gancio si è dimostrato essere una sorta di must per gli assedi a piazzeforti, sia in funzione difensiva che offensiva. In epoca medievale si parla di lunghe pertiche uncinate adatte a ribaltare le arieti portate avanti dal nemico, i cui colpi venivano attutiti tramite semplici balle di paglia tenute dietro il portone. Ma la fantasia dei genieri non si fermava a ciò: i ganci potevano tranciare le scale, impedire ai pontali delle torri d'assedio di calare sulle merlature, addirittura di acciuffare dei nobili nemici per la collottola e trascinarli oltre le merlature per un ricco riscatto! I romani sfruttarono il gancio,  di cui Polibio ci descrive lucidamente l'utilizzo, chiamato falx muralis, anche per funzioni offensive. Cesare nel De Bello Gallico lo descrive infatti quale un lungo tronco tornito, alla cui estremità si trovavano due falci trasversali affilate. I soldati all'altro capo, tramite un sistema di corde, facevano ruotare il macchinario, che grattava via la calce atta a tenere insieme mattoni e mura, o per danneggiare le palizzate. Non sappiamo davvero quanto fosse efficace un tale "spazzolino" d'assedio, però potremmo pensare che essere citato dallo stesso Cesare possa essere un indizio per la sua effettiva utilità.

Lo Cheirosiphon


Tutti conoscono, almeno per sentito dire, della potenza distruttiva del fuoco greco, che dagli studi recenti si ritiene fosse una miscela di pece, salnitro, zolfo, petrolio, nafta, calce viva. Sebbene di solito fosse stato utilizzato come una sorta di granata incendiaria, rinchiuso in grandi otri di pelle o  in dei semplici contenitori di terracotta, i bizantini si spinsero ancora più avanti nell'utilizzo di questa temibile arma da guerra, creando degli antesignani lanciafiamme chiamati siphon. Si descrivono modelli portatili, utilizzati nel 1400, ma è l'uso principale sembra essere nel combattimento navale tra dromoni per appiccare fuoco agli scafi avversari (considerando che tra il calafataggio dei comenti, le velature e le sartie il risultato risultava devastante, come nell'assedio di Costantinopoli del 717).
Narra Tucidide anche dell'utilizzo di un gigantesco lanciafiamme da parte dei beoti durante l'assedio di Delio nel 424 a.c. consistente in un tronco svuotato, montato all'interno di una passerella coperta dotata di ruote, che dopo essere stato spinto nei pressi delle mura, veniva agganciata alla sua estremità un calderone di metallo. Esso pare contenesse una miscela simile al fuoco greco (non la stessa e altrettanto efficace), che tramite un mantice sprigionava un getto di fiamme contro mura e palizzate. Non conosciamo esattamente gli effetti e l'efficacia di tale armamento, ma sappiamo che gli ateniesi attestati a Delio capitolarono dopo 16 giorni di duro assedio.

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domenica 15 aprile 2018

La cavalleria: i miti da sfatare


Diciamolo, è indubbio: la cavalleria possiede una portata epica capace di scaldare il cuore di qualsiasi amante della storia o del fantasy. Merito anche della cinematografia (la carica dei rohirrim prima su tutte), le forze militari in arcione occupano un posto speciale nella romanzistica fantasy, che però, allo stesso modo in cui peccano tanti registi, raramente conosce il reale iter di uno scontro a cavallo. 
Esistono certo numerose variabili da considerare, dopotutto parliamo di un ambito artistico e non di storiografia o rievocazioni, ma perché non sfatare qualche mito, anche solo per curiosità personale?
Ecco a voi allora i tre grandi errori sulla cavalleria!

Iniziamo con una bella contestualizzazione: la cavalleria non è sinonimo di medioevo. Ovviamente si parla di cavalleria nel senso di unità militare in arcione ad animale di razza equina (sebbene esistano pure unità cammellate o addirittura su zebre) non dell'etica cavalleresca dei nobili europei. Infatti sia in epoca antica che in epoca moderna la cavalleria ha giocato un ruolo fondamentale nel panorama bellico di quasi l'intero globo terracqueo, nonostante l'introduzione in alcuni scenari delle armi da fuoco. Nell'immaginario collettivo si pensa sempre al cavaliere medievale rinchiuso in un'armatura di piastre in sella al cavallo bardato, ma oltre che essere una figura più rinascimentale, è stata soltanto una delle tante forze a cavallo, neppure una delle più importanti! Basti pensare ai catafratti parti, alle orde mongole, agli ussari settecento ottocenteschi o ai raitars svedesi. Che fossero armati di archi, di lance, di fruste, pistole o moschetti, i cavalieri hanno sempre costituito una forza importante in ogni esercito degno di tale nome. I motivi sono semplici: mobilità, rapidità, forza d'impatto. La cavalleria leggera erano gli occhi e le orecchie di un'armata in marcia (considerate che mezzi di comunicazione  rudimentali possedevano i generali pre seconda guerra mondiale), quella armata di equipaggiamento a distanza poteva conquistare posizioni invidiabili in poco tempo (pensate ai dragoni, unità di fanteria armata di carabina, almeno in età napoleonica, che smontava per sparare contro un bersaglio) e infine la potenza con cui una cavalleria pesante travolgeva qualsiasi unità a piedi senza alcuna coesione, tale da disperderla in pochi minuti e costringerla a una rotta. Non solo! La cavalleria era spesso l'unico mezzo per vincere davvero una battaglia: poiché i morti nello scontro erano pochi rispetto a quanto si possa immaginare (sia con armi da fuoco che non) l'inseguimento del nemico in rotta rappresentava il momento adatto per infliggere un colpo mortale al morale e alle truppe avversarie. Chi allora poteva se non la cavalleria occuparsi di questo compito glorioso? Vorrei ad esempio far notare quante perdite abbiano causato i temuti cosacchi alle truppe napoleoniche in ritirata durante la spedizione in Russia.


In cosa sbaglia così spesso la nostra cinematrografia, dunque?
Per prima cosa, la carica. Sembrerà strano, ma gettarsi al galoppo contro una formazione nemica è il miglior modo per farsi massacrare. La cavalleria doveva mantenere coesione per sfruttare appieno la forza d'impatto, non doveva fare stancare troppo i destrieri (che non erano delle motociclette), infine un eccessivo urto avrebbe potuto danneggiare più i cavalieri che il nemico, visto che per sopraffare un fante non serviva tanto la velocità, quanto la massa del cavallo e il vantaggio dell'altezza. Bisogna poi considerare che i cavalli valevano tanto (anzi valgono), in particolare quelli da guerra: sforzarli in modo esagerato poteva avere conseguenze devastanti non solo per la salute del cavaliere, ma anche per le sue finanze, visto che nella stragrande maggioranza dei casi era lui stesso a dover procurarsi il cavallo. Inoltre il campo di battaglia raramente era un terreno regolare, pulito e ben disteso, quindi la carica doveva tenere conto di eventuali ostacoli capaci di azzoppare, o peggio, il prode equino.

Seconda cosa, l'impatto. Parlare di impatto non è semplice, è facile generalizzare troppo: basti pensare alla differenza tra la staffa e la mancanza della stessa, tra la resta, la carica ginocchio contro ginocchio oppure tutte le numerose formazioni di cavalleria descritte nei manuali ottecenteschi. Per non precipitare nei tecnicismi della tecnica militare, mi limiterò a illustrare un concetto ridotto certo all'osso: dimenticatevi il 90% delle scene girate con effetti speciali al computer. Scordatevi i rohirrim che abbattono orchi su orchi con la mera forza del cavallo, cancellate dalla mente la battaglia dei due bastardi in Got dove i cavalli si cappottano uno contro l'altro. I cavalli sono bestie intelligenti, nonché molto timorose: mai si getterebbero contro un altro loro simile in un atteggiamento così suicida, senza contare il cavaliere stesso. In realtà l'impatto poteva aversi in due modi: contro la fanteria il cavaliere diventava una sorta di rullo compressore, lento e inesorabile, capace di spingere indietro i fanti e calare l'arma sulle spalle degli avversari. Un cavallo poteva calpestare un uomo, ma certo non poteva gettarne a terra a ripetizione come fossero birilli. Il povero equino potrà anche essere forte, però un tale impatto lo sentirebbe anche lui! Il secondo metodo era cavalli contro cavalli: in questo caso gli animali tentano di scartare sul fianco del destriero avversario, non colpirlo in pieno. In pratica uno scontro tra cavalieri diventava una questione di nervi, formazione e abilità mista all'equipaggiamento del cavaliere, che duellava contro l'altro. Per questo la cavalleria pesante era notoriamente avvantaggiata in tali scontri, visto che il passeggero era molto più difficile da ferire rispetto al corrispettivo leggero. Un'altra discriminante poteva essere la qualità del cavallo o la semplice mole.


Infine, ultimo mito più da specificare che da sfatare, è il ruolo della cavalleria in battaglia: per questo ultimo punto entro nello specifico, alias l'epoca medievale, che è quella va più di moda negli scrittori di fantasy e nel panorama artistico attuale. Il cavallo era merce rara, non solo perché appannaggio dei nobili, ma proprio perché di cavalli ve ne erano pochi e costosi. Aggiungiamo pure che chi li montava era il figlio di un nobile, ecco che il numero di operazioni belliche della cavalleria si restringe. 
In epoca medievale, almeno nel panorama europeo, le battaglie campali erano pochissime, superate da saccheggi, assedi, schermaglie. Nelle battaglie campali, poi, la tipica cavalleria feudale poteva trovarsi limitata nell'operare a causa del meteo, del territorio irregolare, del semplice istinto di auto conservazione. Un muro di picche innalzato da contadini poteva diventare un ostacolo insormontabile, nessun cavaliere ci avrebbe mai caricato contro (salvo alcuni casi di stupidità estrema o semplici errori di valutazione) al contrario di come si può vedere in tanti film pseudo storici. Ancora una volta il cavallo diventava un mezzo per muoversi sul campo di battaglia, per esplorare le zone, per darsi al saccheggio, per proteggere la retroguardia o anticipare l'avanguardia, tutti ruoli che la cavalleria leggera assolveva con maggiore prontezza dei cugini pesanti. Ciò significa che i tanto amati scatoloni di ferro a cavallo fossero inutili? Assolutamente no: le armi da tiro (anche le armi da fuoco, notorialmente imprecise fino a metà dell'ottocento) non potevano quasi mai scalfire le corazze, i nemici sprovvisti di armi in asta e di una formazione erano prede facili nella mischia (considerando che per tutto l'alto medioevo le formazioni semiprofessionali capaci di mantenere la disciplina per reggere uno scontro avverso a unità in arcione erano rarissime) e infine il mero effetto psicologico di questi corazzati ante litteram poteva gettare nel panico le milizie feudali deputate a respingerli.

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domenica 8 aprile 2018

Perché i samurai non usavano lo scudo?


A chi ha avuto a che fare con le cose militari del Giappone, anche solo per aver visto un film, letto un libro o giocato a un videogioco ambientato durante l'era Sengoku, il periodo che dal 1467 al 1603 vide la guerra civile fra i vari daimyo, molto spesso capita di trovarsi a porsi questa domanda. Per noi europei lo scudo ha avuto un ruolo centrale per gran parte della nostra storia militare, dall'antichità fino all'età moderna. Basta pensare a legionari e opliti, protetti dai grandi scudi, o a vichinghi e rodoleri per constatare quanto questo mezzo di difesa (ma anche offesa) occupi un posto importantissimo nel nostro immaginario. Non si tratta nemmeno di una peculiarità dell'estremo Oriente: infatti lo scudo era diffuso dalla Cina all'Indonesia, e perfino in Giappone fino a un certo periodo. Dunque per quale motivo i guerrieri del sol levante hanno smesso di utilizzarlo?

Prima di cominciare è meglio fare una precisazione però: i samurai non abbandonarono del tutto l'uso di coperture in battaglia. Infatti continuarono ad usare i tate, grandi scudi di legno o bambù, molto simili ai nostri pavesi, per coprire gli arcieri e gli archibugieri. Inoltre, piccoli scudi portati a mano e chiamati tedate continuarono ad essere usati sporadicamente in incursioni, attacchi notturni e schermaglie.
Samurai che si proteggono dietro dei tate

Quando si parla di fenomeni simili cercare un solo elemento determinante è spesso fuorviante: quasi sempre vi sono tutta una serie di motivi, grandi e piccoli, che concorrono a determinare un particolare fenomeno o evento.
Alcuni affermano che lo scudo sia caduto in disuso perché era troppo ingombrante da usare e perché disonorevole, in quanto era un oggetto e non l'abilità del guerriero a proteggere. Mi trovo in disaccordo con entrambe le posizioni, innanzitutto perché con "scudo" intendiamo tutta una serie di oggetti che vanno dal grande ed effettivamente pesante scutum romano ai leggeri e piccoli buckler. Inoltre questi strumenti erano tutt'altro che poco maneggevoli e ingombranti, tanto che potevano essere anche usati per offendere, oltre che per difendere. L'umbone, la parte centrale dello scudo fatta in ferro, oltre a costituire il pezzo più robusto dello scudo, poteva anche essere usato per colpire gli avversari.
Per quanto riguarda il codice d'onore dei samurai, il famoso bushido, ritengo che i giapponesi non sarebbero stati così miopi da abbandonare un'arma utile solo per una questione d'onore: infatti le armi da fuoco e altri mille stratagemmi, anche se in teoria disonorevoli, erano usati con grande frequenza in tutto l'arcipelago.

I motivi per cui caddero in disuso sono a mio avviso molteplici. Con l'introduzione del cavallo in Giappone e l'emergere della figura del samurai come guerriero a cavallo armato principalmente di arco, la fanteria gradualmente venne relegata a un ruolo secondario e si preferì armarla con lunghi yari (lance), archi e poi archibugi. L'uso di armi a due mani dunque precludeva l'utilizzo di scudi, in modo simile ai macedoni, che passarono dal grande oplon greco a uno scudo molto più piccolo per potere reggere la lunga sarissa con entrambe le mani. Bisogna inoltre considerare l'utilizzo primario dello scudo, ovvero quello di difesa contro le armi a distanza. In Giappone non troviamo armi di potenza paragonabile all'arco lungo inglese o alle balestre europee o cinesi, rendendo così il fante ben protetto dalla sua sola armatura. Ricordiamoci che l'arco in Europa cadde in declino a causa della diffusione e del miglioramento delle corazze dopotutto.
I samurai imparavano a padroneggiare diverse armi, come lo yari, lo yumi (arco) e la katana, tutte utilizzate a due mani. La corazza nipponica era abbastanza comoda da permettere l'uso dell'arco, e abbastanza robusta da proteggere da frecce, lame e persino da colpi di arma da fuoco, almeno fino a una certa distanza. L'armatura del samurai (a livello generale, ve ne erano di diversi tipi) aveva implementato la funzione di scudo, affidata agli spallacci dalla tipica forma quadrata e molto grandi. Questi infatti non erano fissati all'armatura, bensì legati, per diminuire l'ingombro e permettere di toglierli velocemente.
Un samurai a cavallo. Si notino gli spallacci quadrati e di grandi dimensioni
Dunque gli scudi non erano necessari per fermare le frecce prima, e non erano di grande aiuto contro le pallottole poi. Oltre a questi motivi di natura pratica, bisogna anche considerare lo status mentis di daimyo e samurai, un'operazione non facile per noi moderni coadiuvati dal senno di poi. Innanzitutto la mentalità militare dell'epoca, impregnata degli insegnamenti di Sun Tsu, prediligeva l'attacco alla difesa. Agli assedi si preferivano battaglie campali, e a formazioni protette da muri di scudi si preferivano equipaggiate per l'offesa. Lo stesso spirito lo ritroviamo nella Seconda Guerra Mondiale, quando gli ufficiali, discendenti dei samurai, armati di katana guidavano le cariche banzai della fanteria imperiale, convinti (come molti anche in altri paesi) che lo slancio morale, l'élan del singolo potesse avere la meglio sulla macchina.


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domenica 1 aprile 2018

I falsi miti su Conan





Conan il barbaro, il personaggio creato da Robert E. Howard nel 1932, è diventato nell'immaginario collettivo l'archetipo dell'eroe barbarico, potente, indomito e selvaggio. Anche chi non ha mai letto i racconti pubblicati su Weird Tales ha ben chiara nella mente l'immagine del cimmero, anche solo per l'associazione con l'attore Arnold Schwarzenegger che ha interpretato il suo ruolo nel fortunato adattamento cinematografico nel 1982. Il personaggio di Howard è stato eletto capostipite e massimo rappresentante di un certo tipo di eroe e narrazione dalla cultura popolare, involontaria somma rappresentazione del filone cui appartengono orchi, vichinghi e altri barbari, tutti accomunati da quegli elementi che trovano in Conan la loro quintessenza. Ma quest'operazione ha fatto si che alcune caratteristiche e stereotipi di questi tipi andassero a sovrapporsi con il loro padre spirituale, andando a creare un'errata visione del cimmero.
Andiamo dunque a sfatare, punto per punto, tutti i falsi miti che avvolgono la figura di Conan.

L'armatura


Forse la falsa convinzione più diffusa è quella che vuole Conan perennemente senza armatura e senza vesti, protetto solo da un corto perizoma e dai suoi addominali d'acciaio. Complice di tale disguido sono sicuramente le numerose raffigurazioni che lo rappresentano spogliato, sia per mettere in evidenza sia il vigore del suo corpo titanico sia per sottolineare la natura barbarica del personaggio, in opposizione ai civilizzati cavalieri di arturiana memoria coperti di ferro. A questo punto sono necessarie alcune precisazioni. Innanzitutto dobbiamo considerare il mondo in cui si muove il cimmero, un luogo molto più simile all'epoca antica che a un ipotetico medioevo, con un clima spesso caldo e con una concezione del corpo assai differente dalla nostra. Se Conan va in giro mezzo nudo non lo fa per far vedere i pettorali come un pompato da spiaggia, bensì perché è una cosa normale nella società nella quale si muove, perché la sua enorme resistenza fisica gli permette di resistere agli elementi anche con pochi vestiti e perché è meglio così. Infatti nell'antichità i guerrieri di molti popoli preferivano andare in battaglia nudi, dai feroci celti ai civilizzati greci, piuttosto che coperti di vesti, per essere più agili e soprattutto per non dover avere a che fare con frammenti di stoffa trascinati nelle ferite dalle lame dei nemici. Insomma, se non si può avere un'armatura, è meglio non avere nulla. Conan lo sa meglio di chiunque altro, e infatti spessissimo nei racconti di Howard lo vediamo coperto da cotte di maglia o usberghi che in più di un occasione gli salvano la vita da colpi altrimenti mortali. Nel racconto Oltre il fiume nero il barbaro attribuisce la sua longevità in un territorio così pericoloso come le sponde del fiume infestato dai pitti proprio alla sua abilità di riuscire a portare un'armatura anche in una zona dove i coloni invece preferiscono non farne uso per la scomodità di portarla in una giungla. Dobbiamo infatti ricordarci che le armature non venivano portate tutti i giorni tutti il giorno, come invece una certa cinematografia e certe narrazioni ci hanno abituato a credere: sarebbe come immaginare un poliziotto che mangia, dorme e fa la doccia col giubbotto antiproiettile. 

Le armi

Nessuno scudo può salvarti da Conan

Conan il barbaro è sempre rappresentato con un lungo e fido spadone, l'arma adatta a mettere in mostra la sua incredibile forza fisica. Infatti nell'immaginario collettivo attuale, la spada a due mani occupa un posto di rilievo che tuttavia non è riscontrabile a livello storico e pratico, ma tuttavia la vediamo nelle mani di avventurieri ed eroi frequentemente. Ebbene, è vero che il cimmero spesso utilizza spade lunghe a due mani, sia per imprimere più forza ai colpi sia perché un'arma lunga è pratica per combattere più avversari alla volta. Tuttavia non bisogna credere che questa sia la sua arma preferita e che la usi sempre e comunque. Infatti nel corso delle sue avventure il barbaro si dimostra abilissimo nell'uso di una gran varietà di armi come sciabole, spade corte, pugnali, asce e lance. Anche se è corretto ritenere che sia un combattente che predilige il corpo a corpo, Conan non è indifeso se attaccato con armi da tiro: sebbene disprezzi gli archi in quanto armi poco virili, sa usarli con grande efficacia come mostrato nel racconto La regina della costa nera, e inoltre possiede abbastanza senso pratico e forza da poter lanciare diverse armi o oggetti con precisione e potenza letale, spesso cogliendo i nemici di sorpresa.

Il cervello

L'alcool, il tallone da killer di Conan

Non c'è una grande differenza, bensì un abisso incolmabile fra Conan e i suoi "adepti" quali orchi e barbaracci di vario genere. Infatti il cimmero è molto, molto più intelligente del tipico bughi-bughi mezzo nudo che va in giro a roteare uno spadone. A causa dello stereotipo che vuole i barbari dotati di scarso intelletto, più proni a risolvere un problema con la brutalità e la violenza che con il ragionamento, molti vedono Conan come tanto forte quanto poco sveglio e brillante. E non vi può essere giudizio più erroneo di questo, per una gran quantità di motivi. Innanzitutto, Conan è di per sé dotato di una grande intelligenza, unita a un istinto primordiale (come spesso sottolineato da Howard stesso) che lo rendono molto più di un paio di braccia con una spada. Certamente gli manca un'educazione formale, alla quale però sostituisce la grandissima esperienza che ha accumulato nel corso dei suoi viaggi. Ne I gioielli di Gwalhur l'autore ci spiega come il suo personaggio conosca una gran quantità di lingue moderne e antiche, oltre ad avere le competenze per riconoscere glifi, simboli, e decifrare antichi codici. Dunque, oltre all'istinto selvaggio che gli permette di percepire i suoi nemici prima di essere scoperto, di seguire tracce appena visibili e discernere inganni e illusioni dal vero, Conan è dotato di una grande intelligenza pratica che in più di un'occasione gli è utile quanto la sua immensa forza. Oltre a essere un guerriero formidabile infatti il barbaro è anche un fine stratega, un leader nato e al culmine della sua carriera, un regnante saggio e avveduto.

Le donne

Nessuna donna può resistere al fascino di una pila di cadaveri

A causa dello stesso meccanismo di cui abbiamo parlato prima, per il quale Conan è stato "sporcato" dagli elementi del genus cui appartiene, al pari dei suoi "colleghi", anche lui è ritenuto un bruto assai poco educato col gentil sesso. Il personaggio di Howard, lontanissimo dall'immagine del selvaggio privo di qualsiasi vincolo, è legato dal suo codice d'onore barbarico, che lo spinge a tenere un comportamento verso le donne assai migliore di quello spesso tenuto da uomini assai più "civilizzati". Infatti il cimmero non uccide mai le donne, perfino quando queste si rivelano essere perfide maghe o ingannevoli doppiogiochiste. Perfino quando una prostituta lo vende alle guardie nel racconto Nella casa di notte, la vendetta del barbaro si limita all'umiliazione non violenta della traditrice. In moltissime occasioni Conan interviene per salvare una fanciulla in pericolo, dimostrandosi fortemente contrario alla pratica dello stupro, tanto che in La valle delle donne perdute rifiuta il premio d'amore promessogli da una ragazza in cambio di un servigio in quanto non sarebbe volontario. La lontananza estrema che corre fra il Conan immaginato e quello reale si può anche vedere nell'atteggiamento verso la violenza verso il gentil sesso: le uniche volte in cui lo si vede alzare le mani su una donna è quando affibbia amichevoli pacche sul sedere di questa o quella fanciulla, senza l'intento pernicioso che andrebbe a classificarla come molestia sessuale. In Chiodi rossi addirittura il barbaro rischia di farsi uccidere dalla marziale Valeria in quanto si rifiuta di levare la propria spada contro quella della compagna di viaggio. 

Concludendo, il personaggio di Conan, come immaginato da Howard, è lontanissimo da quello dipinto dai luoghi comuni, spesso scivolatigli addosso per la vicinanza con figure simili solo per la natura barbarica e la forza bruta. Per fare un ultimo, banale esempio, basti pensare come nel gioco di ruolo Dungeons&Dragons un tempo il barbaro, classe trasudante "conanosità", avesse la regola "analfabetismo", mentre come abbiamo dimostrato, il padre spirituale della classe stessa sapesse parlare e scrivere in diverse lingue.

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domenica 25 marzo 2018

Le 10 migliori scene d'azione

I film d'azione costituiscono una grandissima fetta della produzione cinematrografica e ogni anno nuove pellicole con avventurieri, criminali e guerrieri escono nelle sale, tanto che al giorno d'oggi non è facile realizzare anche solo una scena di azione che risalti veramente al di sopra della massa. Molti tentano di ottenere lo stupore del pubblico con stunts esagerati ed effetti speciali incredibili, altri puntano sulla violenza e lo splatter, altri ancora preferiscono cercare il realismo.
Dunque vi proponiamo le scene d'azione che per un motivo o per l'altro ci hanno particolarmente colpito, buona visione!

Oldboy -La lotta nel corridoio-

La ripresa in orizzontale, la crudezza, la fatica dei personaggi coinvolti che traspare mano a mano che la lotta si fa più intensa, sono tutti elementi che contribuiscono a rendere questa scena, ripresa in unica sequenza, un vero e proprio gioiello. La parola chiave è semplicità: niente stunts, niente virtuosismi con la telecamera, niente giochetti di prestigio, ma solo violenza, fatica, sangue e sudore. I delinquenti sono semplici essere umani, che si arrabbiano, si stancano, hanno paura, al contrario del tipico tirapiedi pronto a tutto, e il protagonista Oh Dae-su traduce in azione il suo essere un individuo alienato, alimentato da una rabbia e uno spirito di vendetta titanici. La musica, la coreografia, la fotografia, tutti elementi che contribuiscono a creare una scena d'azione realistica e di grande qualità.


Kingsman -Il massacro della chiesa-

In un film sopra le righe come Kingsman: The Secret Service che vuole rileggere tutto il genere degli spy-movie, questa scena è perfettamente inquadrata. La canzone Freebird è la ciliegina sulla torta che è la sequenza nella quale vediamo cosa possa davvero fare un agente segreto del calibro di Galahad quando si scatena. Inoltre vedere dei bigotti americani che si uccidono a vicenda è sempre un bel vedere, siamo papali papali.



The Revenant -Pellerossa contro trappers-

Questa pellicola è stata pensata e realizzata con l'intento di far immergere lo spettatore nella vicenda: le riprese solo con luce naturale, l'enfasi sulla sofferenza, sul freddo, sulla crudezza della natura selvaggia. La battaglia fra cacciatori bianchi e nativi americani con cui si apre il film segue la stessa logica. Gli aspetti che risaltano maggiormente sono i movimenti della telecamera, che segue lo scontro accompagnando lo spettatore quasi come se fosse presente, e l'efficace resa del caos e della confusione nel quale si svolge lo scontro. La natura, la grande protagonista del film, sembra assistere impassibile al massacro e alla follia dell'uomo contro uomo, una breve parentesi prima che cali di nuovo la pace e la fine di tutto. 

Master and Commander -La battaglia finale-

Sebbene sia quasi impossibile realizzare una pellicola storicamente accurata al 100%, Master and Commander si avvicina molto a un tale concetto di perfezione, avendo ben poche imprecisioni nell'accurata ricostruzione della vita a bordo di una nave da guerra inglese di inizio Ottocento. La scenda della battaglia finale è eccellente sia dal punto di vista storico, sia dal punto di vista cinematografico. Lo scontro è diviso in due parti, la prima si svolge a colpi di cannoni fra l'imbarcazione inglese e quella francese, che poi viene abbordata dai marinai britannici. In questa seconda parte l'azione frenetica e intensa della battaglia assume toni quasi claustrofobici mentre gli uomini lottano senza quartiere sul ponte affollato e negli angusti spazi della nave, resi ancora più disagevoli dal fumo di pistole e moschetti.




Anchorman 2 -Emittenti ai ferri corti-

Quella che inizia come una sorta di lotta fra gang fra Ron Burgundy e i suoi amici contro il rivale Jack Lime, sfocia ben presto in una vera e propria battaglia a causa dell'arrivo di altre bande di giornalisti delle più varie emittenti, dalla BBC a History Network. La divertente climax ascendente di follia ed esagerazioni comprende la partecipazione di mostri come il minotauro e il fantasma del veterano Stonewall Jackson, l'uso di armi del futuro, poteri paranormali e l'intervento di un caccia da combattimento. 



The duellists -Primo combattimento-

Un minuto e quaranta di pura tensione. Al di là della quasi maniacale ricerca dell'accuratezza storica, questa scena dell'opera prima di Ridley Scott (a mio parere una delle migliori) riesce a comprimere in un rapido scontro tutte quelle che sono le regole per il duello perfetto. La musica incalzante nel finale, lo sfondo che quasi opprime i due combattenti per poi saettare rapido sui volti, le lame e gli occhi di una bambina curiosa. L'inizio magistrale di un film altrettanto valevole. Un orgasmo dunque per tutti coloro che amano la storia, i combattimenti realistici all'arma bianca e l'epopea napoleonica.


Il destino di un guerriero -Alatriste vs Gualtiero Malatesta-

Secondo pezzo storico, nonché "spadeggiante". Qui andiamo indietro di qualche anno, siamo nella seconda metà del 1600, nella decadente e magnifica spagna imperiale. Il film Alatriste, tradotto nel banale "Il Destino di un Guerriero", è la mia pellicola storica preferita, sia per epoca che per messa in scena, di cui i combattimenti all'arma bianca nella Madrid notturna sono la ciliegina sulla torta. Le regole del duello perfetto definite da Ridley Scott compaiono anche qui, eppure in uno stile del tutto diverso: l'ambiente la fa ancora da padrone, ma le inquadrature sono soffocate dall'architettura, mentre la musica svanisce per dare posto alla pioggia battente e alle grida dei combattimenti.
Spettacolare nella sua mancanza di spettacolarità.


The Raid 2 -Final Fight-

Descrivere questi undici minuti di ardenalina è fiato (digitato) sprecato. Avrebbe molto più senso guardare la scena senza pausa, lasciandosi trasportare dalla telecamera furiosa, dalla perfezione delle coreaografie, da un'orchestrazione registica che raramente si vede in film così moderni. Una grande prova di cinema, che sia nel primo the raid che nel secondo, conferma  come l'abilità orientale mescolata alle maestranze europee (regista scozzese) possa superare di 100 volte film blockbuster di azione che sfondano il botteghino. Consiglio di guardarvi anche lo scontro tra Mad Dog e i due fratelli del primo The Raid (entrambi i film sarebbe meglio), ne vale davvero la pena. 



Kill Bill Vol. 1 -La Sposa contro gli 88 Folli-


Quando si accosta il concetto di “scene d’azione” a un regista come Quentin Tarantino non c’è che l’imbarazzo della scelta. Il maestro della iper-violenza (e del sangue finto) ci ha regalato diverse perle nel corso degli anni, ma probabilmente non c’è una scena più iconica della lotta fra La Sposa e gli 88 folli, l’apoteosi dello stile eclettico di un regista che si muove fra fumetto, action movie e film di arti marziali (la tuta che indossa Uma Thurman è un chiarissimo rimando a Bruce Lee). Mischiando elementi presi da diversi filoni e stili, Tarantino è così riuscito a creare una scena che è pura azione e intrattenimento, in grado di entrare giustamente negli annali.


Kung Fu Hustle -Musica nella notte-



La cinematografia di altri lidi riserva sempre sorprese e visioni che esulano dalle nostre normali abitudini. Nel caso di Kung Fu Hustle, di Stephen Chow, abbiamo un gangster movie di arti marziali comico: un cocktail esplosivo fin dalla presentazione. Con il suo inconfondibile stile, Chow mischia arti marziali tradizionali cinesi, effetti speciali incredibili e comicità, anche se non mancano momenti molto cupi e violenti, come quando due ragazzini vengono quasi arsi vivi dai gangsters. La lotta fra i due assassini contro maestri del Vicolo dei Porci prima e la Signora Padrona e il Signor Padrone poi è un trionfo di arti marziali esageratissime e spettacolari, inserite in una cornica suggestiva e accompagnata da musiche (molto importanti qui) memorabili ed evocativi.


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domenica 18 marzo 2018

Dentro la rievocazione, dentro la storia

Forse a molti di voi sarà capitato di assistere allo spettacolo offerto da rievocatori vestiti con abiti e armi d'epoca intenti nel riprodurre una battaglia o un evento, se non dal vivo almeno in qualche video online. Quest'attività può concentrarsi sulle più svariate epoche, partendo dall'epoca antica fino ad arrivare al tardo Novecento. Ma cosa c'è dietro, dentro quest'attività, come funzionano i suoi meccanismi interni, e soprattutto, cosa si trae da un'esperienza simile?

Dentro la Rievocazione



Il 17 e 18 marzo 2018 siamo stati ospiti dell'Associazione Napoleonica d'Italia (ANI) presso il forte Ardietti, presso il comune di Ponti sul Mincio. Dopo esserci messi in contatto per via telematica con l'associazione siamo stati invitati a prendere parte come figuranti alle riprese di un cortometraggio girato all'interno del forte stesso. Arrivati sul posto ci è stato fornito un badge e siamo stati indirizzati verso "l'armeria", dove siamo stati vestiti con uniformi francesi di inizio Ottocento. Siamo stati subito colpiti dalla gentilezza, la disponibilità e la passione che abbiamo subito notato in questo gruppo eterogeneo che raccoglie appassionati da tutto il Nord Italia. Una volta vestiti e armati abbiamo avuto modo di ricevere un addestramento di base incentrata sul maneggio del nostro moschetto (un'accurata riproduzione) e il movimento con il resto dei soldati, scandito dagli ordini in francese del nostro istruttore. Durante il successivo momento di pausa abbiamo avuto modo di visitare il forte e chiacchierare un po' con i veterani dell'organizzazione, scoprendo così maggiori dettagli sul complesso lavoro di organizzazione e ricostruzione che sta dietro a questi eventi suggestivi. Nell'eseguire le prove per la scena in cui facciamo le comparse abbiamo potuto notare ancora una volta l'enfasi posta sul cercare di ricreare il quanto più fedelmente possibile il passato anche nei minimi dettagli, come un particolare tipo di postura o modo di muoversi con un'arma. Al calar del sole sono iniziati i preparativi per il pasto serale, composto da un ottimo minestrone di verdure e salsiccia, accompagnato da pane fresco e formaggio. Seduti intorno alle tavolate in legno, i volti illuminati soltanto dalla flebile luce di lumi e candele, ci è sembrato davvero di tornare indietro nel tempo e di essere seduti coi nostri camerati, soprattutto quando sono stati intonate canzoni patriottiche e militari che hanno accentuato ancora di più l'atmosfera magica. Le discussioni del nostro tavolo sono volte quasi tutte sulla storia, napoleonica e non, rivelando l'ottima preparazione dei membri dell'Associazione in materia, oltre che la loro cordiale e cameratesca affabilità. Dopo la cena ci siamo coricati quasi immediatamente, in quanto le riprese della nostra scena si sarebbero dovute svolgere all'alba. E come abbiamo potuto avere esperienza dei momenti più belli e interessanti della vita del soldato imperiale del XIX secolo, abbiamo anche potuto provare quanto spesso fosse scomodo il dormire in un giaciglio improvvisato, sulle assi del legno. All'alba eravamo già pronti nelle nostre divise per girare finalmente la scena di un attacco all'alba. E infine, dopo aver fatto un altro po' di addestramento, aver raccolto le nostre cose e salutato tutti, ci siamo diretti verso casa, stanchi ma soddisfatti di un'esperienza unica.

Dentro la Storia


Quando si legge, si studia storia, in genere lo si fa affrontando i grandi temi e problemi, gli avvenimenti importanti che sconvolgono interi continenti. Siamo posti in alto, altissimo, in modo da abbracciare con una sola occhiata regni e nazioni interi, ma rendendoci in grado di vedere solo quei movimenti e cambiamenti titanici provocati da guerre e rivoluzioni. Allora alcuni decidono di scendere, di concentrare la propria attenzione su un paese, una città, un personaggio. Lo sguardo può cogliere meglio i dettagli dell'oggetto studiato, come se dalla stratosfera in cui trovavamo fossimo scesi molto più giù, planando su borghi e città, per spiare personaggi e avvenimenti inseriti nel mosaico più grande. E se qualcosa o qualcuno cattura particolarmente la nostra attenzione eccoci scendere ancora, atterrare nelle piazze, sui campi di battaglia, nelle stanze dei grandi uomini, per osservare da una prospettiva orizzontale la storia mentre viene scritta col rosso della sciabola e il nero della penna. Ma anche così non siamo che fantasmi, invisibili e incorporei osservatori che si sporgono dalle pieghe del tempo, quasi come fossimo gli spettatori di un film. Possiamo leggere memorie, lettere e diari, ma solo una cosa ci permette di capire veramente un'epoca passata, di unire il nostro punto di vista di osservatore a quello dell'osservato: la rievocazione storica. Nessuno dei libri che ho letto avrebbe potuto farmi capire cosa significhi veramente indossare un'uniforme dell'epoca, quanto pesi un moschetto, quanto fosse importante la luce diurna per compiere le più svariate attività, quanto scomodo potesse essere dormire in un giaciglio di fortuna. Questa prima esperienza di rievocazione mi ha insegnato di più di quanto possa fare qualche kg di carta stampata, che non potrà mai rendere l'odore della polvere da sparo, la sensazione del metallo freddo sotto le dita o il calore di una tavolata di camerati riuniti intorno a una tavolata. 

Dunque credo che non ci sia attività più utile e soddisfacente per una persona veramente interessata non solo a conoscere la storia, ma anche a riviverla. 

Ringraziamo di nuovo l'ANI, che è stata gentilissima e disponibilissima nel prestarci armi e uniforme e guidarci in questa nostra prima esperienza come rievocatori! Passate a dare un'occhiata alla loro pagina (https://www.facebook.com/assonapoleonica/) per vedere le foto degli eventi passati e scoprire dove si terranno i prossimi.

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